“ Se ti è accessibile la via
per Padova,
dirigiti alla città: qua, ti prego,
bacia i sacri sepolcri della
beata Giustina,
nelle cui pareti vedrai
raffigurate le gesta di Martino. „
La storia
Il poeta Venanzio Fortunato, vescovo di Tours, scriveva questi versi nella
seconda metà del VI secolo d. C. nel suo poema "Vita sancti Martiri", e
ricordava agli uomini del suo tempo, ma anche ai posteri, l'esistenza di un
illustre monumento eretto nell'antica Patavium in ricordo della giovane martire.
Erano ormai passati più di due lunghi secoli da quel 313 d. C. quando
l'imperatore Costantino aveva concesso ai cristiani di professare liberamente la
loro fede nella buona novella venuta dal figlio di Dio, da quell'Uomo Dio che
aveva risposto agli aneliti di speranza dell'umanità sconfitta dal peccato.
A Padova l'annuncio della nuova religione era giunto in tempi che è giusto
ritenere assai precoci. Contrastata come nelle altre parti dell'Impero,
certamente risultava affermata nel quarto decennio del secolo se conosciamo il
nome di un vescovo, Crispino, che già occupava la cattedra episcopale di
Patavium nel 356.
Che cosa la città volle e poté costruire in memoria della martire Giustina, nel
luogo della sua sepoltura, non appena le leggi dell'Impero lo permisero, noi non
sappiamo. La tradizione, fondata sul documento della Passio, e suffragata anche
dalle ampie testimonianze della diffusione del suo culto, narra che la giovane
fu martirizzata nel Campo Marzio durante la persecuzione dell'imperatore
Massimiano degli anni 303-304 d.C. Sepolta nella limitrofa zona cimiteriale, a
sud della città, è plausibile pensare che pellegrini devoti giungessero per
pregare presso la sua tomba e per consegnare a lei, testimone di fede con la
vita, pietose richieste di intercessione. Il cimitero, in quanto luogo di
sepoltura dei martiri, divenne nell'alto medioevo la meta privilegiata del
pellegrinaggio e della funzione religiosa. La chiesa, il monastero e lo
xenodochium per l'ospitalità del forestiero, permisero la nascita di vere e
proprie cittadelle cristiane e monastiche che, nella continuità del culto,
manifestavano la forza della tradizione religiosa e il permanere di una
coscienza civile.
Quanto di più antico l'archeologia ci ha restituito a testimonianza del culto
tributato a santa Giustina risale però soltanto al VI secolo. A quell'epoca
infatti il "vir clarissimus" Opilione fece costruire "basilicam vel oratorium in
honore sanctae Iustinae martiris", come attesta l'iscrizione incisa nel timpano
in marmo greco oggi conservato nel nartece dell'oratorio di San Prosdocimo.
Questo reperto, databile intorno al terzo decennio del VI sec. d.C., assieme ai
lacerti di mosaico visibili al livello della pavimentazione del sacello,
rappresenta la testimonianza dell'esistenza, in epoca paleocristiana, di un
doppio edificio eretto in onore e memoria di santa Giustina. Questo piccolo
luogo di preghiera che dell'antico complesso è giunto fino a noi, si palesa oggi
con l'intatta evidenza trasmessa attraverso i secoli, e resta, assieme alla
testimonianza di Venanzio Fortunato, il segno della veridicità di un culto
cristiano che rimane il più antico e glorioso di Padova.
Nulla invece possiamo sapere sull'aspetto di quella prima basilica, che
affiancava il sacello, né sulla sua facciata che accoglieva il fedele in visita
alla sepoltura di santa Giustina. Ci assiste, nel figurarla, soltanto la
conoscenza, dei monumenti cristiani coevi per pensare ad una probabile analogia
di forme e stili. Di semplici mattoni, senz'altro rivestimento prezioso, forse
riservava l'abbellimento più ricco all'interno, realizzato, come sappiamo, in
mosaici risplendenti.
L'autore della "Leggenda di san Daniele", che è presumibile scrivesse verso la
fine dell'undicesimo secolo, ma prima del 1117, anno in cui la basilica crollò
per il terremoto, ci ha lasciato questa suggestiva descrizione: "Questa basilica
sostenuta da colonne di marmo e rivestita in gran parte da lastre marmoree
decorata nel suo interno mandava raggi come le stelle. Né questo può
meravigliare, poiché quella chiesa l'aveva fatta costruire un uomo chiarissimo e
illustre prefetto del pretorio di nome Opilione, con immensa ricchezza. ...
Oltre questa basilica, in un bellissimo lato che guarda a mezzogiorno sorge
un oratorio o tempietto di meravigliosa bellezza, eretto in onore di Dio e della
beata Maria sempre Vergine, di molti Apostoli, nel quale giace tumulato il corpo
di san Prosdocimo. Le pareti sin da terra in giro tutt'attorno sono rivestite di
tavole marmoree variamente, mentre la parete superiore, coperta da una cupola,
dovunque rifulge d'oro, ed è ornata di mosaici raffiguranti il palazzo celeste e
i verdi prati del Paradiso. Dalla suddetta basilica si protende un piccolo atrio
abbastanza bello ed elegante, per il quale ora si offre più facile accesso al
detto tempio". La decorazione a mosaico parlava al credente attraverso le sue
forme narrative e simboliche, lo istruiva nella comprensione del messaggio
evangelico e contribuiva alla meditazione ed alla preghiera. La basilica, il
luogo di riunione della comunità dei fedeli, si affiancava al teatro romano che
sorgeva nello spazio esterno alla basilica: il mondo romano, ormai alla fine
delle sue vicende, cedeva il testimone al credo cristiano, destinato a dare
nuovo significato alla storia dell'uomo e a durare nei secoli.
Allora l'edificio intitolato a Santa Giustina iniziò la sua lunga storia, ricca
di significati se si interpreta ciò che esso dovette rappresentare. Geloso
custode fin dall'antichità di sacre reliquie, divenne meta di pellegrinaggio per
molti fedeli, ma anche luogo di addio alla sicurezza della città per chi
iniziava, dalle strade vicine, un lungo cammino, faro che accoglieva chi
arrivava, segno di civiltà e testimonianza di un credo gravido di speranza.
Tutto questo fu Santa Giustina nei secoli, in un crescendo di significati che il
progredire in grandezza e magnificenza dell'edificio aiutava a palesare. Proprio
negli anni in cui "basilica et oratorium" erano innalzati al culto, terre
lontane vedevano fiorire la rigogliosa pianta dell'ordine benedettino, che
sarebbe divenuto luce propizia per un'umanità che si apprestava a vivere alcuni
dei secoli più bui della sua storia. Santa Giustina crebbe con il contributo
imprescindibile di una comunità benedettina che vi s'insediò. Non sappiamo con
precisione come e quando, ma conosciamo bene quello che seppe divenire nei
secoli per la città e per l'ordine.
La storia, in parte oscura, della basilica nei suoi primi secoli di vita, è
emblematicamente espressa nel pensiero di un uomo di cultura del XV secolo,
Giovan Francesco Capodilista: "La chiesa di Santa Giustina decadde e fu
riedificata solennemente dal patrizio romano Opilione, poi dalla rabbia degli
infedeli fu distrutta e riedificata dal vescovo di Padova Orso, infine,
distrutta dai longobardi, fu riedificata da Gauslino". Dietro l'obiettivo
encomiastico diretto a Gauslino dei Transelgardi, e pur nella inesattezza della
cronologia degli eventi, appare la consapevolezza del susseguirsi di traumatiche
distruzioni e di pietose ricostruzioni, quasi che la storia della città, nei
suoi momenti più difficili, trovi un simbolico parallelo nella storia della sua
antica basilica.
In questo processo di espansione, il monastero dovette fare i conti anche con
disastrose calamità naturali. Quando, nel 1117, il terribile terremoto distrusse
l'antica basilica, lasciando miracolosamente intatto il sacello paleocristiano,
il Prato e la città ebbero un nuovo tempio, le cui forme ci restano quasi del
tutto sconosciute. Si sa che la comunità benedettina provvide immediatamente
alla costruzione di una nuova basilica, anche utilizzando pietre e materiale
costruttivo dell'antico teatro romano. Dotata con ogni probabilità di un
quadriportico, secondo forme architettoniche in uso a quel tempo, essa occupava
uno spazio più arretrato rispetto alla basilica attuale. Così il nuovo edificio,
moderno nello stile e nel gusto, veniva ad occupare spazi e ruoli che da tempo
erano stati propri del più antico tempio intitolato alla santa martire. Restano,
come uniche testimonianze importanti di quella costruzione, una parte
dell'ambiente, che ospita il coro vecchio, la cappella di San Luca, la base del
campanile e i resti del portale che fu costruito, a ben interpretarne gli indizi
stilistici, negli anni a cavallo tra il XII e il XIII secolo. Oggi essi sono
conservati nei locali adiacenti alla sacrestia e sono sicura testimonianza della
cura ed attenzione che la comunità benedettina volle riservare alla porta del
nuovo tempio, in un dialogo teologicamente impegnato con l'osservatore. Credenti
e non credenti, viandanti frettolosi e fedeli, potevano ammirare e meditare su
questo vero gioiello che arricchiva la recente costruzione.
Il periodo che aveva avuto inizio con il secondo millennio e che si protrasse
per circa tre secoli, fu una stagione di radiosa espansione per la comunità di
Santa Giustina e per il monachesimo padovano tutto, per altezza di spiritualità
e di cultura, per potenza politica e ricchezza di patrimonio. Ma sarebbe seguito
a quell'epoca d'oro un periodo di profonda crisi durante il XIV secolo, motivata
dalla pesante ingerenza della signoria dei Carraresi sull'abbazia, ma anche da
altre e diverse congiunture sfavorevoli. La forza per la rinascita, il vigore
necessario per attuare una riforma resasi ormai necessaria, si concretizzò con
la nomina da parte del pontefice Gregorio XII nel 1408 di un nuovo abate,
Ludovico Barbo. Giovane di venti sette anni, ma ricco di un' esperienza
religiosa maturata nella sua città, Venezia, egli fu l'uomo nuovo che riuscì a
portare linfa vitale e feconda, in un ritrovato spirito di osservanza alla
Regola del fondatore e al Vangelo. La svolta radicale da lui impressa in seno
all'ordine e, primariamente, nel monastero padovano, trovava anelito in una
devota che meglio interpretava le esigenze spirituali e ascetiche dell'uomo del
tempo; a questa spinta rinnovatrice in campo spirituale si accompagnò anche una
profonda opera riformatrice e di controllo sulle proprietà dell'abbazia e sull'
organizzazione del cenobio. Lo stato di abbandono denunciato dal Barbo
coinvolgeva tutta la struttura del monastero e le sue proprietà fondiarie. Esse
vennero riorganizzate in un programma globale tendente a vivificare anche le
attività economiche dell'abbazia; nel contempo, un progetto di rinnovamento
straordinario avveniva all'interno del monastero. Una particolare attenzione fu
riservata ai locali dove la comunità benedettina quotidianamente viveva, ai
luoghi della sua meditazione: erano rinnovati ed ampliati i chiostri, realizzata
una nuova sacrestia e un nuovo presbiterio. Con attenzione fervida al mondo
umanistico rinascimentale, si provvide alla decorazione pittorica della cappella
di San Luca tra il 1436 e il 1441 e del chiostro Maggiore fra il 1492 e il 1496,
mentre Andrea Mantegna, tra il 1453 e il 1455, si impegnava nella realizzazione
del polittico di San Luca, nello spirito dell'umanesimo religioso che si
respirava nell'ambiente monastico. Trascorsi pochi decenni dall'arrivo della
dominazione veneziana, Santa Giustina si presentava forte della rinnovata
autorità in campo spirituale e riferimento vivissimo per la vita culturale della
città.
tratto da
www.abbaziasantagiustina.org